Con i se e con i ma non si percorre un lungo cammino. Neppure nel mondo della sfera di cuoio. Forse si può cercare di imboccare il sentiero del perchè. E domandarsi: perchè il Winterthur manca sempre l’appuntamento con qualche traguardo di campionato di rilievo pur avendo le carte in regola per raggiungerlo? I risultati delle ultime sette giornate bussano alla porta della memoria. Mandato in archivio l’indigesto 1-4 rimediato alla “Schutzenwiese” con quel Vaduz che pure, nella stagione appena conclusa, era riuscito a schiaffeggiare due volte, il collettivo di Ralf Loose ha totalizzato nell’ultima eptaserie diciannove punti su ventuno, due soli meno del massimo disponibile. Un ruolino di marcia da promozione diretta. Con ciliegina sulla torta dell’ubriacatura di reti da raccogliere in fondo al sette fatta prendere a un Grasshoppers blasonato pur protagonista di un campionato ben al di sotto delle attese. Ma la striscia da mille e una notte dello scorcio conclusivo, che lo ha fatto giungere al quarto posto con 55 punti, stessa posizione dello scorso anno quando però ne infilò nella collana 56, non è stata sufficiente per rimediare a un campionato versione andiamo in altalena. Fatali si sono rivelati, per citarne un paio, due clamorosi scivoloni interni targati 0-6 e 0-4 contro sua maestà il Losanna, ma anche altri punti preziosi persi per strada con compagini che, con rispetto parlando, avrebbe potuto asfaltare. Insomma, il discorso suona così: avrei potuto ma non ho fatto. E che il Winterthur possa lo dimostra più di un particolare. Il più fresco, la conquista delle semifinali di Helvetia Cup con un disinvolto 4-0 rifilato al Bavois. Squadra di “Promotion League”, si dirà. E sia, ma risalendo metafisicamente alle origini della competizione targata 2019-20, Sliskovic e compagni hanno spazzato via anche un certo San Gallo secondo in classifica dopo avere conteso allo Young Boys lo scudetto fino a quattro turni dal termine. E a proposito di Sliskovic, non ci si può esimere dal regalargli una passerella a braccetto con Buess per essere loro due insieme “responsabili” di ventisei dei 56 gol messi a segno dagli zurighesi nei trentasei atti della recita del campionato più tormentato, causa Covid-19, della storia elvetica. Quattordici autografi per Sliskovic, dodici per Buess, se proprio si deve aprire la porta ai dettagli. Gli altri distanti abbastanza sideralmente, tre per tutti Mohamid con cinque marcature e il talentino niente male Callà con quattro in tandem con Doumbia. I se e i ma, come detto, non aiutano granchè nel mondo del pallone in bianco e nero che rotola spesso con traiettorie imprevedibili. Ma un Winterthur meno ballerino e più in fotocopia degli ultimi sette turni disputati avrebbe potuto certamente scalare con disinvoltura la montagna che ha per cima la RSL. E sarebbe stato un regalo splendido per una città di circa 110 mila abitanti che già in passato ha calcato il palcoscenico della massima serie non proprio da ballerina di fila. Ne fanno fede i tre scudetti conquistati nel corso della storia che parte dal 1896. D’accordo, i tre trofei appesi in bacheca hanno una data un po’ remota, risalendo al 1905-6,1906-07 e 1916-17 ma sono pur sempre titoli elvetici. Che fanno dell’orgoglio calcistico del pubblico orgogliosamente sempre pronto a intonare il suo “Fuuscht id luft” una delle compagini svizzere di maggiore rilievo. Il campionato se ne è fuggito via, con un quarto posto dignitoso e qualche rimpianto. Ora, però, quell’entusiasmo manifestato nello scorcio finale della stagione può essere benzina preziosa per cercare di portare a casa l’altra competizione regina del mondo del pallone rossocrociato. Domanda che si previene con facilità: ma gli zurighesi dovranno recarsi nella tana del Basilea terzo in classifica. Risposta abbozzata: i renani sono sì giunti terzi in campionato ma, complessivamente, non hanno fatto sfracelli rispetto alle attese, cosicchè il match del “St Jakob” si può aprire ad ambedue i verdetti finali senza che si possa individuare una vittima sacrificale ex ante. Gli zurighesi, senza far uscire dal campo visivo e dalla catena neurale l’impegno di coppa, stanno già proiettando occhi, testa e cuore alla stagione a venire. L’auspicio dei tifosi e della città suona a questo punto come un interrogativo stringente: sarà l’anno buono, cioè quello in cui, rinunciando alle montagne russe tra risultati da dimenticare e da incorniciare, il Winterthur potrà sbarcare ancora in quella Rsl che ha dimostrato di meritare e dalla quale manca dal lontano 1984-85? Allora, per inciso, vigeva ancora la formula a sedici squadre. E questo rafforza la consapevolezza del tempo che è trascorso da allora. Intanto, però, c’è la “Helvetia Cup”. Che non è ora un sogno impossibile. Anche se la concorrenza abita tutta al piano superiore del condominio calcio e si chiama, oltrechè Basilea, Young Boys e Sion.
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