“Creare valore non è uno slogan: significa far sì che ogni giocatore sia migliore di quando è arrivato”
Taverne – Ci incontriamo nella sede giallonera, un’oretta prima dell’allenamento. Il momento è di quelli che misurano davvero la solidità di un ambiente: due sconfitte in avvio di girone di ritorno, una nello scontro diretto con il Tuggen, e una classifica che — a certi livelli — cambia faccia anche in una sola settimana.
Carbone non cerca scorciatoie e non alza cortine di fumo: parte dal dato (il risultato), poi scava nel contenuto. Il punto, però, è che per lui il Taverne non è solo una squadra che “deve fare punti”: è un progetto con un’idea precisa, sostenuta dalla proprietà e condivisa da chi lavora nel club. Pressing alto, coraggio, identità offensiva, sviluppo dei giovani. E un concetto-chiave, ripetuto più volte durante l’intervista: “creare valore”.
L’INTERVISTA
Mister, partiamo da te. Chi è Dagoberto “Dago” Carbone? Da dove arriva e come nasce questo percorso?
«Il mio percorso è facilmente riconducibile. Sono stato 13 anni in un unico club, il Benevento, e lì ho avuto l’opportunità e il piacere di scalare tutte le categorie. Dentro quel club mi sono formato: sia nel lavoro quotidiano, sia attraverso i corsi di formazione. Proprio in uno di questi corsi ho conosciuto il direttore Biscotti, che oggi è direttore generale del club. Da un’amicizia nata lì si è presentata l’opportunità di venire in Svizzera. E da lì è nata una collaborazione che mi ha portato prima a Vedeggio, poi a Sciaffusa, e adesso qui a Taverne.»
Quanto è stato importante il tuo lavoro nel settore giovanile? E cosa ti porti dietro oggi, in Prima Lega?
Carbone qui si accende, perché è un tema che considera spesso semplificato.
«Credo che spesso si parli di giovani abusando un po’ del senso della parola. Parlare di giovani è un fatto, lavorare con i giovani è un altro. Perché parlare di giovani è semplice; sostenerli nel percorso, aiutarli, prendere decisioni, provare a inculcargli la mentalità del lavoro… non è una cosa semplice. I giovani sono il futuro, sono un valore aggiunto, ma devi saper rispettare delle tabelle che l’età ti impone. Devi gestire le loro emotività, soprattutto quando c’è una difficoltà, e ancora di più quando — come nel nostro caso — si approccia un campionato di “grandi”.»
Il Taverne, infatti, è una squadra giovane. Che mix hai costruito?
«Sì, è un mix di ragazzi 2006 e 2007, ai quali si sono aggiunti due giocatori di esperienza, Jonathan Sabbatini e Solerio, e poi giocatori con esperienze interessanti. Ma più che “esperti”, abbiamo giovani e qualche giovane che ha un po’ più esperienza. Gli esperti veri, di fatto, sono due.»
Due sconfitte, due episodi: come si legge il momento
Le prime due partite del ritorno non sono andate come speravate. Che lettura dai? Sono episodi o c’è qualcosa da migliorare nel contenuto?
«Io ai ragazzi dico sempre che il risultato non si interpreta. È un dato oggettivo. Oggettivare quello che succede dentro la partita è più complicato. Se sei bravo per 75 metri a costruire situazioni di qualità e negli ultimi 25 metri non sei sufficientemente concreto nel trovare il guizzo, vuol dire che bisogna lavorare di più. Poi che gli avversari abbiano trovato dei gol su nostre disattenzioni o, qualche volta, in maniera casuale… non è un qualcosa che toglie loro meriti. Noi dobbiamo fare valutazioni più attente e provare a non commettere errori che, in queste due partite, ci hanno lasciato a mani vuote.»
Dopo l’ultima sconfitta, qual è la cosa che ti ha colpito di più?
«La voglia dei ragazzi di non accettare quello che era successo. Ci sono partite in cui sai di aver dato tutto e porti a casa il risultato; altre in cui senti che potevi metterci qualcosa in più. In queste due, è stato bello vedere negli occhi la voglia di reagire, di fare in modo che certi episodi non accadessero più. Però bisogna capire bene quali sono le richieste: se chiedi alla squadra di attuare un gioco positivo, attaccare con tanti uomini, riconquistare palla velocemente… ti esponi a situazioni che possono punirti.»
Qui arriva un concetto forte: “solo” vincere e vincere “valorizzando” non sono la stessa cosa.
«Per me è una questione di identità. Ci sono squadre esperte, che vogliono portare a casa la vittoria sfruttando i giocatori più forti, le situazioni più utili, e hanno ragione. Noi non è che non vogliamo vincere: vogliamo vincere uguale. Però se credi di valorizzare i ragazzi, che è la nostra missione principale, non lo puoi fare in tutti i modi. Qualche volta il voler valorizzare ti espone a rischi che per noi sono calcolati, e può capitare che tu non raccolga per quanto produci. Ma la speranza è che ognuno, per il proprio obiettivo, arrivi dove vuole.»
Modello di gioco e pressione mentale
Perché questa scelta di gioco: pressing alto, atteggiamento offensivo, coraggio?
«Oltre al mio gusto personale, qui c’è una proprietà che ha richieste ben precise: questo è il modello del club. Ci sono punti chiave chiari, sostenuti dal direttore, e l’allenatore ha il compito di fare in modo che quei principi trovino sbocco in campo. È normale: non puoi piacere a tutti, ma devi rispettare l’idea e l’identità del club.»
A livello mentale, quanto pesano due sconfitte dopo un’andata così positiva?
Carbone non nega l’impatto emotivo, ma rimette subito il tema sul “come reagire”.
«Quando vieni da 11 risultati consecutivi (9 vittorie e 2 pareggi), l’asticella delle aspettative è alta. È giusto che i ragazzi abbiano voglia di vincere. Sarebbe anche stupido dire che la sconfitta non lasci scorie. Però io non ho mai visto vincere senza ottimismo e senza fiducia. Io non so se sabato vinceremo, ma il mio compito è trasferire ai ragazzi che per cambiare un momento negativo in termini di risultati ci si può raccogliere solo intorno alla fiducia. Quella fiducia deve stare con noi ogni giorno: nei ritmi, nel lavoro, nel modo. Poi qualche volta premierà, qualche volta no, ma non deve mancare.»
Obiettivo e “creare valore”: la frase che spiega tutto
Qual è l’obiettivo di medio termine? Dove vuole arrivare questo Taverne?
«Questo campionato per noi era un campionato di approccio: entravamo in Prima Lega e volevamo capire in che zona potessimo collocarci, non solo in termini di classifica ma di valore assoluto dei ragazzi dentro il progetto. L’obiettivo è crescere nei risultati e nel valore dei singoli, vincere più partite possibile e vedere dove ti porta la somma. Ma anche qui: quando abbiamo chiuso l’andata secondi, non è che nella nostra testa c’era “vinciamo il campionato e smettiamo di giocare”. Il primo giorno dopo la sosta dovevamo continuare a creare valore.»
Poi l’esempio che chiarisce il concetto:
«Se avessimo voluto vincere a prescindere, al mercato avremmo chiesto cinque giocatori esperti: uno forte sulle punizioni, uno da fuori area, un difensore esperto… e il messaggio sarebbe stato: siamo secondi, vogliamo vincere a prescindere, aumentiamo l’esperienza. Invece non abbiamo snaturato il progetto. Stiamo fedeli all’identità. E qui sta la differenza: per vincere ci sono tanti modi, per creare valore ne esiste uno solo, e noi vogliamo continuare a essere quello.»
E quando dici “creare valore”, cosa intendi esattamente?
Qui arriva la “chicca” più pulita dell’intervista:
«Creare valore vuol dire far sì che ogni giocatore sia migliore rispetto a quello che era all’inizio.»
Difesa da vertice e attacco “da rifinire”: la fotografia tecnica
Seconda miglior difesa del campionato: da cosa nasce questa identità?
«Io credo che il miglior modo per difendersi sia giocare distanti dalla propria porta. Il nostro atteggiamento offensivo ci permette di avere quasi sempre la palla e di essere quasi sempre pronti a riconquistarla a distanze molto elevate dalla porta. Anche se potrebbe sembrare strano, il fatto di essere molto alti ci aiuta a tenere molto distanti gli avversari dalla nostra porta. Palla persa, riconquista immediata. Non c’è un segreto particolare: è un atteggiamento positivo.»
E davanti? I numeri dicono 27 gol: dove nasce la differenza tra “creare” e “segnare”?
Carbone prova a oggettivare con un ragionamento quasi “da analista”:
«Noi abbiamo un indice di pericolosità alto: creiamo tante occasioni. E un indice di rischio difensivo basso: subiamo poco. Riusciamo ad avere il possesso spesso nella metà campo offensiva, ma non troviamo il guizzo per far sì che quel possesso si tramuti in un tiro pulito. Qualche volta arriviamo lì e facciamo un passaggio in più, quando magari quell’azione potrebbe avere una sorte migliore.»
Poi entra sui dettagli:
«Il dato gol è oggettivo: segniamo poco. Ma il mio obiettivo è creare i presupposti perché i giocatori arrivino in condizioni migliori. È più una questione di gol mancati e scelte nell’ultimo tratto: dobbiamo essere più bravi a trovare la linea di passaggio più pulita, un giocatore messo meglio, e qualche volta tirare di più.»
E porta un esempio oggettivo che spiega l’efficacia:
«Nella partita col Tuggen abbiamo fatto tanti tiri, ma pochi nello specchio. Loro hanno tirato meno, ma hanno preso la porta molte più volte e hanno trasformato quella percentuale in gol. È lì che si decide una partita: non solo quanto tiri, ma come tiri.»
Dare un segnale subito e il messaggio finale
Qual è il primo segnale che vorresti già dalla prossima partita?
Carbone non parla di schemi o moduli, ma di “stato d’animo” e identità.
«La fiducia nei propri mezzi. Questa squadra non deve smettere di lavorare su quello che ci ha accompagnato nel girone d’andata: la spensieratezza. La spensieratezza di chi sa che gioca per creare valore, ma soprattutto per divertirsi. Quando ti focalizzi troppo sull’importanza di avere punti, quel valore tende a perdere importanza. Noi dobbiamo ritrovare la fiducia nei nostri mezzi senza perdere la voglia di divertirci.»
Chiudiamo con un messaggio del mister al movimento calcistico ticinese e non solo..
«Se posso esprimere una considerazione personale, mi piacerebbe vedere qualche giovane in più. Non dico che l’esperienza non sia un valore: lo è, è un supporto importante. Ma con un mix giusto di esperti e giovani si può dare una mano a tutto il movimento. Perché l’esperienza è un valore, ma la spensieratezza del giovane è un valore “alla forza”. E magari, da qualche scommessa che oggi sembra rischiosa, può nascere un calciatore che non ti aspetti e che domani fa crescere tutti.»
Le 5 frasi chiave di “Dago”
-
“Il risultato non si interpreta: è un dato oggettivo.”
-
“Parlare di giovani è semplice, lavorare con i giovani è un altro.”
-
“Se chiedi un gioco positivo e attacchi con tanti uomini, ti esponi a rischi: per noi sono calcolati.”
-
“Io non ho mai visto vincere senza ottimismo e senza fiducia.”
-
“Per vincere ci sono tanti modi. Per creare valore ne esiste uno solo.”



