Il direttore generale giallonero Alessandro Biscotti racconta il cammino della squadra, la crescita dei giovani, il peso della programmazione e il valore di un progetto che, dentro e fuori dal campo, sta costruendo basi solide.
Taverne – Il Taverne è lì, pienamente dentro alla corsa alta del campionato, appaiato a squadre costruite per stare davanti e capace di dare continuità a un percorso che, all’inizio della stagione, non era stato accompagnato da proclami particolari. Dietro a questa crescita ci sono il lavoro del mister, dello staff, dei senatori, dei giovani e di una società che ha scelto di programmare, di non improvvisare e di costruire un’identità chiara.
A raccontare questo momento è Alessandro Biscotti, direttore generale del Taverne, che nell’intervista concessa a Chalcio.com ha toccato tanti temi: l’assenza di un obiettivo dichiarato a inizio anno, la maturazione del gruppo, il peso della continuità, il valore della programmazione e l’importanza di un ambiente che sente come il vero successo del club. Con un dettaglio non banale: tra i segnali più belli di questa stagione, il Taverne si porta dentro anche i complimenti pubblici ricevuti da mister Jacobacci per il progetto che la società sta portando avanti, parole che all’interno del club sono state vissute come un riconoscimento importante.
Ecco le sue parole.
«A inizio stagione non avevamo un obiettivo sportivo definito»
Direttore, partiamo dalla fotografia di oggi: il Taverne è lì davanti, pienamente in corsa. Quanto vale questo percorso, considerando da dove siete partiti?
«Vale sicuramente tanto. A inizio stagione non avevamo, pronti via, un obiettivo sportivo definito. Avevamo magari delle sensazioni su quello che avremmo potuto fare, ma non un traguardo già fissato. L’idea era soprattutto capire di che pasta fossimo fatti.
Già il girone d’andata ci aveva dato indicazioni importanti, ma nel calcio confermarsi è sempre più complicato. Il fatto che oggi il girone di ritorno sia assolutamente in linea con quello che avevamo fatto all’andata ci rende molto contenti. Poi se questo finale di stagione ci premierà ulteriormente saremo ancora più soddisfatti.
In questo momento siamo tre squadre a 52 punti e la differenza reti dice che siamo terzi, ma chiaramente mancano ancora quattro partite. Inizia adesso un nuovo mini campionato e vedremo dove ci porterà.»
«La vera sorpresa è stata la continuità»
Nei mesi scorsi il mister ci aveva parlato di una squadra giovane, con margini di crescita e identità chiara. Dal tuo punto di vista, qual è stato il passo in avanti più importante fatto dal gruppo?
«Quando hai a che fare con i giovani, di solito l’aspetto più delicato è la continuità. I giovani ti abituano a picchi positivi, ma anche a momenti più complicati. Se c’è una cosa che mi ha sorpreso davvero quest’anno è stata proprio la capacità dei ragazzi di trovare continuità nel corso della stagione, di non disunirsi nei momenti difficili e di non esaltarsi troppo in quelli positivi.
In questo ci ha aiutato molto anche il fatto di avere nello spogliatoio giocatori come Sabbatini e Solerio, che da senatori hanno svolto un ruolo importante di guida. Ma il merito è anche dei giovani, che sono stati molto bravi.
E un plauso va dato soprattutto a quei ragazzi che, per infortuni o per scelte tecniche, hanno trovato magari meno spazio in alcuni momenti, ma sono sempre rimasti positivi in allenamento. Questo ha permesso alla squadra di lavorare sempre bene. Se oggi stiamo raccogliendo dei frutti, il merito è soprattutto del gruppo.»
«Un’opportunità non è una strategia»
Il Taverne dà l’idea di essere una squadra costruita con logica, non per caso. Quanto c’è di programmazione societaria dietro questa stagione?
«Tanto. La fortuna di questi ragazzi è quella di essere all’interno di un contesto molto professionale, con una struttura di persone che possono dedicarsi al proprio lavoro in maniera costante. Vale per me come direttore generale, ma vale anche per tutte le persone che lavorano nel club.
Ai miei collaboratori ripeto spesso una frase: “Un’opportunità non è una strategia”. È un concetto che qui si sente spesso. Io ritengo che una società di calcio vada gestita come un’azienda: bisogna programmare, pianificare e curare ogni dettaglio. Se ci si affida soltanto alle opportunità, qualche volta la indovini, ma molte altre no. E allora diventa controproducente.
Quindi sì, dietro questa stagione c’è molta gestione e molta programmazione.»
«Conta lo stile, dentro e fuori dal campo»
Quando una squadra giovane cresce così tanto, c’è dietro anche un grande lavoro nella scelta dei profili. Quali caratteristiche cercate in un giocatore da Taverne, oltre all’aspetto tecnico?
«Per me era fondamentale avere un grande gruppo. Cercavamo ragazzi con un certo stile, con un certo modo di stare dentro e fuori dal campo. Ma questo vale per i giocatori, vale per lo staff, vale per me, vale per tutti quelli che lavorano attorno alla prima squadra.
Condividiamo una linea e una policy societaria che ci viene data dall’alto e che abbiamo sposato con convinzione. Non per forzatura, ma perché crediamo in quei valori. Quando vai ad assemblare un gruppo, a volte hai la fortuna di conoscere già alcuni ragazzi e quindi sai che cosa puoi aspettarti. In altri casi provi a raccogliere quante più informazioni possibili. Però la base è quella: servono qualità tecniche, ma anche persone giuste.»
«Il lavoro sul campo deve essere anche formativo»
Dal tuo punto di vista di direttore generale, quanto è stato importante il lavoro quotidiano del mister e del suo staff nel trasformare un gruppo giovane in una squadra credibile anche nelle zone alte?
«Moltissimo. Il lavoro dello staff e il lavoro sul campo sono fondamentali. Quando hai a che fare con ragazzi giovani, devi ragionare in un’ottica formativa, perché noi riteniamo che un giocatore continui il proprio percorso di crescita anche quando arriva nel calcio dei grandi.
Se poi hai una rosa in cui una parte importante dei ragazzi potrebbe tranquillamente giocare ancora in U19, allora questo aspetto conta ancora di più. Il lavoro sul campo non può essere solo tattico: deve essere anche formativo. Noi ci crediamo profondamente, è una parte centrale del progetto.»
«Se non sarà quest’anno, ci ripresenteremo ancora più convinti»
A questo punto della stagione è giusto parlare apertamente di ambizione, oppure dentro la società preferite ancora pensare una partita alla volta?
«Noi abbiamo sempre pensato a una gara alla volta e continueremo a farlo fino alla fine. Questo approccio fin qui ha dimostrato di essere funzionale. Poi è chiaro che ci sia anche l’ambizione di ottenere qualcosa di ancora più importante, questo è normale.
Ma se anche non dovesse arrivare quest’anno, non ci sarebbero drammi. Ci ripresenteremmo l’anno prossimo con ancora più convinzione. Fin dall’anno zero ci siamo detti una cosa: ogni stagione deve servire a costruire basi solide. E oggi queste basi ci sono.
La categoria conta, certo, ma non solo per un discorso meramente sportivo. Noi crediamo che molti di questi ragazzi abbiano qualità per fare, nei prossimi anni, categorie superiori. E l’obiettivo della società è proprio quello di accompagnarli, creando il contesto migliore possibile per permettere loro di crescere.»
«Non vedo una squadra che si sente arrivata»
Facciamo un po’ l’avvocato del diavolo: quando una squadra giovane va così bene, il rischio è che qualcuno la consideri già arrivata. Oggi bisogna frenare l’entusiasmo o tenere alta la fame?
«Onestamente, non ho mai avuto la sensazione che i ragazzi pensino di aver già raggiunto qualcosa. Anche perché, fino alla scorsa settimana, saremmo stati i primi esclusi dalla zona playoff. Questo fa capire bene quanto sia corto e imprevedibile questo campionato.
Mancano quattro partite e questa stagione ci ha dimostrato che nulla può essere dato per scontato. Per questo faccio fatica a pensare che qualcuno, all’interno del gruppo, possa sentirsi arrivato. Anzi, questi ragazzi ci tengono davvero tanto. Essere giovani significa anche sognare e metterci qualcosa in più.
Quindi oggi non sento il bisogno di frenare l’entusiasmo, perché è giusto che ci sia. Ma allo stesso tempo non ho la sensazione che la squadra abbia sottovalutato il momento.»
«Questi risultati mi dicono che dentro la rosa c’è qualità vera»
Qual è il segnale più bello che questa stagione ti ha dato sul futuro del Taverne, come squadra ma anche come progetto?
«Il segnale più bello è vedere tanti giovani ottenere risultati sul campo attraverso uno stile di gioco preciso, senza speculare e senza cercare di ottenere il massimo con il minimo. Questo mi dice che dentro questa rosa c’è qualità vera.
A volte una squadra esperta riesce anche a ottenere qualcosa in più del proprio reale valore proprio grazie all’esperienza. Ma quando i risultati arrivano con una squadra giovane, vuol dire che dentro quella rosa ci sono giocatori di qualità.
Io sono convinto che in questo gruppo ci siano diversi ragazzi con potenzialità importanti. Poi è chiaro: non tutti faranno la carriera che sognano, perché entrano in gioco tante variabili. Però, senza fare nomi, mi sento di dire che abbiamo la serena convinzione che qualcuno di questi ragazzi farà davvero un bel percorso.»
«Collina, Baden e anche la vittoria con la Juventus: lì abbiamo capito qualcosa in più»
C’è stato un momento preciso in questa stagione in cui hai pensato: “questa squadra può davvero fare qualcosa di importante”?
«Mi vengono in mente alcune partite del girone d’andata, fondamentali per motivi diversi.
La prima è il derby in trasferta contro il Collina d’Oro. Eravamo andati sotto all’inizio e forse quella è stata la prima volta in cui ho visto la squadra un po’ tesa, sbagliando, anche perché era una partita importante: se il Collina avesse vinto ci avrebbe raggiunto. Però, anche dopo lo svantaggio, i ragazzi hanno continuato a fare le cose che sanno fare, con pazienza e convinzione. Piano piano hanno spostato l’inerzia della gara e nel secondo tempo sono riusciti a pareggiare e, probabilmente, avrebbero meritato anche qualcosa in più. Quella perseveranza nel credere nei propri mezzi, senza snaturarsi nonostante le difficoltà, per me è stata un passaggio importante.
L’altra partita è la vittoria in trasferta a Baden, in una piazza difficilissima. All’80’ eravamo ancora sotto di un gol, poi nei minuti di recupero siamo riusciti a vincere 2-1. E lì sono stati decisivi anche quei giocatori che magari avevano avuto meno spazio, ma che entrando si sono fatti trovare pronti e si sono rivelati fondamentali.
Anche la vittoria contro la capolista YF Juventus è stata un altro passaggio importante, davvero tosto, perché ci ha dato ulteriore consapevolezza e ci ha fatto capire che questa squadra poteva davvero stare a certi livelli.
Se devo pensare a partite chiave, quindi, direi sicuramente quella contro il Collina d’Oro e quella di Baden. Ma anche il successo sul campo della Juventus ha avuto un peso importante dentro il nostro percorso. Inoltre, verso la fine del girone d’andata, quando abbiamo infilato una bella serie di risultati utili consecutivi, lì ho avuto un’altra conferma forte del valore di questo gruppo.»
«La cosa che mi rende più orgoglioso è l’ambiente che abbiamo creato»
Qual è l’aspetto che oggi ti rende più orgoglioso: la classifica, la crescita dei ragazzi o il modo in cui il Taverne si è fatto rispettare?
«La cosa che mi rende più orgoglioso è quello che siamo e l’ambiente che siamo riusciti a costruire in così poco tempo.
Io vivo il club ogni giorno: sto in ufficio la mattina, poi vado al campo, vedo gli allenamenti, vedo lo staff, vedo i giocatori. E la cosa più bella è proprio il clima che si respira. Considerando che siamo partiti praticamente da zero, non era per niente scontato riuscire a costruire così rapidamente un ambiente positivo.
Attorno alla prima squadra gravitano tante persone: lo staff, il magazziniere, i partner con cui collaboriamo, chi si occupa di fisioterapia, di ristorazione, l’ufficio, le persone che lavorano nel club. Mettere insieme tanti background diversi, tante provenienze diverse, e riuscire a farlo con una buona dose di entusiasmo e positività, non è semplice.
Se mi chiedi di cosa sono più orgoglioso, visto che alla fine io sono un riferimento per tante delle persone che compongono il club attorno alla prima squadra, ti direi proprio questo.»
«Più che un messaggio, sento di dire grazie»
Se dovessi mandare oggi un messaggio all’ambiente Taverne — società, squadra, tifosi, settore giovanile — quale sarebbe?
«Più che un messaggio, sento di fare un ringraziamento. Perché ultimamente ci sono veramente tante persone vicine a noi: il settore giovanile, i ragazzi della seconda squadra, tutto il club, non solo la prima squadra.
Si sente che c’è un ambiente che ci spinge in avanti, legato a quello che stiamo facendo. E ci siamo integrati molto bene gli uni con gli altri, anche all’interno dei vari comitati e delle diverse realtà del club. È un ambiente molto positivo.
La verità è che non era così scontato riuscire a raccoglierci così bene. Noi, probabilmente, siamo entrati nel club nel modo giusto. Ma sicuramente non abbiamo fatto fatica a entrare, perché abbiamo trovato porte aperte e persone assolutamente piacevoli. E questo conta tanto.»
Per Biscotti, in fondo, la vera vittoria del Taverne non è soltanto nella classifica. È nella credibilità che la squadra si è conquistata sul campo, nella qualità del lavoro quotidiano e nell’ambiente che il club è riuscito a costruire in poco tempo. Anche per questo i complimenti arrivati da una figura come Jacobacci sono stati vissuti come qualcosa di importante: non un semplice apprezzamento esterno, ma il segnale che il percorso giallonero sta lasciando il segno anche fuori dal proprio spogliatoio.

