Natale: il borsone, il caos e quella rovesciata al 96’. Auguri di…

scritto da Walter Savigliano
Rovesciata Filippo

La rovesciata di Filippo al 96′

Una storia vera, di quelle che contano

Un giorno, in Ticino, il 25 dicembre – Io lo conosco quel tipo di giocatore. Forse lo conosci anche tu. Quello che arriva con la faccia da “tranquilli, ho tutto” e poi, dopo tre secondi, scopri che non ha niente.

Lui si chiama Filippo.

Alle 18:47 entra nello spogliatoio con un borsone che sembra pesante. In realtà è pieno di aria, briciole e speranze. Lo appoggia sulla panca come se stesse posando una valigia diplomatica. Poi apre la zip e succede la magia: una pettorina dell’anno scorso, un nastro da pacchi regalo, due guanti spaiati (non è nemmeno portiere), una borraccia vuota e… un calzettone. Uno. Sempre uno.

“Raga… qualcuno ha visto l’altro?”

La squadra lo guarda come si guarda un parente simpatico a Natale: con affetto e un po’ di rassegnazione.

Filippo è così. Testa in aria, cuore grande. Nel suo mondo gli oggetti non si perdono: si nascondono per metterti alla prova.

Il mister finge calma, ma lo vedi negli occhi: sta già facendo il rosario in silenzio.

“Scarpini?” chiede qualcuno.

Filippo sorride. “Sì sì… tranquilli.”

Poi si ferma. Si irrigidisce. Si gira verso il borsone e lo fissa come se quel borsone avesse appena cambiato versione del sistema operativo.

Silenzio.

“Scarpini… li ho in macchina.”

La macchina è parcheggiata… dall’altra parte del pianeta.

E così parte la sua solita maratona prepartita: chiavi, corsa, giacca a metà, scarpini recuperati in extremis. Rientra nello spogliatoio con lo sguardo di uno che ha appena vinto una battaglia, non una partita.

Doccia? “Dopo.”
Asciugamano? “Eh… ho la felpa.”
Calzettone mancante? “Vabbè, uno lungo e uno corto, tanto non si vede.”
Parastinchi? “Li ho… da qualche parte.” (che è sempre una frase pericolosissima)

Eppure Filippo non si arrende mai. Mai.

Il mister lo mette in panchina all’inizio, perché “oggi sei già stanco prima di cominciare”. Filippo annuisce. Sembra accettare. Ma dentro… dentro è una fiamma. È fatto così: sbaglia tutto fuori dal campo, ma dentro al campo è un testardo meraviglioso.

La partita è una di quelle sporche. Fredda. Con il pallone che rimbalza male. Con gli avversari che ti tolgono l’aria e i pensieri. 0-0, poi 0-1. Poi 1-1. Poi nervi. Poi stanchezza.

Il mister guarda la panchina e lo vede: Filippo sta già scaldando. Non perché gliel’hanno detto. Perché lui, quando il mondo è disordinato, prova a mettere ordine con l’unica cosa che gli riesce: correre e provarci.

“Filo!”
Lui entra in campo come entra in spogliatoio: un po’ storto, ma con una fede totale.

Primo pallone: lo stop gli rimbalza via.
Secondo pallone: perde un contrasto e fa finta di niente.
Terzo pallone: recupera, riparte, ci prova.
Quarto pallone: sbaglia un passaggio semplice.

Qualcuno sospira. Qualcuno scuote la testa.

Filippo invece… si riallinea e riparte. Come se avesse una molla in petto. Come se la sua qualità non fosse “fare sempre bene”, ma fare sempre ancora.

Novantaseiesimo.

Ultima azione. Palla lunga. Un rimpallo. Il pallone schizza alto, impazzito, come se avesse preso anche lui la testa di Filippo.

E lì succede una cosa che non si spiega. Perché certe cose non si spiegano: o le vivi o non ci credi.

Filippo guarda la palla, poi guarda la porta. Non pensa. Non calcola. Non fa strategia. Fa l’unica cosa che ha sempre fatto nella vita: ci prova.

Si stacca da terra, si piega in aria, si avvita come se il caos del borsone fosse diventato improvvisamente geometria. E tira fuori una rovesciata volante che sembra un gesto da film, non da campetto.

Un colpo secco. Puro.
La palla va dentro.

Rete.

Per un secondo, lo stadio (ok, il campo) resta muto. Come se tutti avessero bisogno di un attimo per capire che sì: è successo davvero. Poi esplode tutto.

La panchina entra in campo. Il mister urla cose che non si possono scrivere il giorno di Natale. I compagni lo saltano addosso. Uno gli strappa quasi la maglia. Un altro gli grida nell’orecchio: “MA TU SEI MATTO!”

Filippo ride. Ride come un bambino. Con quel sorriso che ti fa dimenticare che cinque minuti prima aveva un calzettone solo.

E in quell’abbraccio collettivo, per un attimo, non contano più:

  • il borsone disastroso

  • la felpa-asciugamano

  • la borraccia vuota

  • i parastinchi “da qualche parte”

  • il calzettone single da una vita

Conta solo una cosa: la costanza del provarci.

Perché Filippo è così: fuori dal campo è un disordine che ti fa impazzire. Ma dentro al campo ha una virtù rara, una virtù che vale più di mille prediche: non smette mai.

E forse è questo il regalo più bello che lo sport ci lascia a Natale: ricordarci che non serve essere perfetti per essere importanti.
Serve esserci. Serve rialzarsi. Serve riprovarci. Sempre. Per ogni cosa.

E ogni tanto… il destino ti premia.
Con una rovesciata al 96’.
E un cuore pieno.

Buon Natale, Filippo.
Buon Natale a tutti quelli che non trovano mai i parastinchi…
ma in campo non smettono mai di crederci.

E forse è proprio questo il messaggio più natalizio che ci possiamo dire nel calcio regionale ticinese: che ognuno ha i suoi “moduli” da imparare, le sue disattenzioni, i suoi pezzi fuori posto… ma se continui a provarci con costanza, prima o poi ti esce quella rovesciata che ti cambia la giornata. E magari anche un po’ la vita.

Filippo è il nipotino del Direttore Walter Savigliano.

Non conta se giocherà a calcio oppure no, quello che importa è che nella vita non smetterà mai di provarci!

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