Mi piace la musica di Josh Rouse anche se i livelli toccati con “1972” sono rimasti senza parenti stretti. L’influenza di Barcellona ha gradualmente preso il sopravvento, ma al nostro va bene così tanto da intitolare addirittura “El Turista” un suo lavoro del 2010. Melodia e ballate con qualche spunto originale, ma la sensazione che il ruolo comodo dell’americano in vacanza gli stia particolarmente bene. Un po’ quello che penso a riguardo di parecchi calciatori che vivacchiano senza stimoli in un mondo che consente loro di fare la bella vita di Josh Rouse. Con la differenza che la carriera di un cantante è decisamente più lunga rispetto a quella di un atleta che un goal strepitoso non potrà ripetere fino a settant’anni come invece potrà fare Rouse ad esempio canticchiando e fischiettando le sue “Sad Eyes” o “Sweetie”.
Non c’è molto da stare allegri perché poi ad uno stile di vita ti ci abitui e finisce spesso che le tasche sono vuote e della tua astratta bella vita resteranno soltanto dei tatuaggi dei quali probabilmente si vergogneranno anche i tuoi figli. E’ il mondo che abbiamo creato su misura e immagine di gente senza istruzione abituata a confrontarsi esclusivamente con i propri simili. Era senz’altro meglio quando la vita privata degli eroi dello sport era veramente privata. Oggi, il pensiero di contribuire alla bella vita di taluni professionisti pagando un biglietto salato per vedere novanta minuti di agonia non fa proprio per me. Piuttosto, acquisto on line l’ennesimo album di Josh Rouse che con i suoi “trallallero trallallà” riesce ancora a farmi accapponare la pelle.
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