MISTER X – Capitolo 44, Manuel Rivera “Indimenticabile la felicità di Vanessa, che bravo Taljevic”

Manuel Rivera, allenatore dell’Arbedo (Seconda lega)

L’allenatore dell’Arbedo: «Non sono mai stato scaramantico, al contrario, per scherzare con i miei compagni gli tiravo il sale addosso. Non ho una bestia nera, i tre anni vissuti qui all’Arbedo sono stati tutti positivi…però a pensarci bene il Rapid Lugano non l’ho mai battuto».  

ARBEDO – Con la nostra serie di mini interviste MISTER X vi accompagneremo alla scoperta degli allenatori (e non solo) del calcio regionale, tratteggiandone un ritratto più intimo attraverso le loro stesse parole. Buona lettura, se vi va. Capitolo 44: Manuel Rivera allenatore dell’Arbedo (Seconda lega) ed ex calciatore professionista il cui nome è legato soprattutto al Bellinzona (210 presenze e 12 gol con i granata) con cui ha ottenuto una promozione in Super League ed è stato vicecampione di coppa Svizzera. Inoltre, nel calcio professionistico, Rivera ha anche giocato con Kriens, Vaduz e Chiasso.

Mister raccontaci, che giocatore eri e il tuo ricordo più bello? «All’inizio della mia carriera ero il classifico numero 10, il fantasista che giocava dietro alle punte, ma poi quando andai per la prima volta al Bellinzona mister Giovanni Dellacasa mi arretrò davanti alla difesa, un po’ alla Pirlo per intenderci (sorriso): una posizione che non ho più abbandonato. Come caratteristiche ero un giocatore molto tecnico, che aveva una buona visione di gioco e che sapeva dettare i tempi alla squadra e costruire l’azione. Sono sempre stato apprezzato per queste qualità. Non ero invece un gran finalizzatore, infatti non ho mai segnato tanto, però ero piuttosto bravo a mandare in porta i miei compagni di squadra: con gli assist me la sono sempre cavata bene. Far segnare mi piaceva molto. Il ricordo più bello? Al di là delle promozioni o dei campionati da professionista, il mio ricordo più bello è legato a una bambina che veniva sempre a guardarci a bordo campo nelle partite casalinghe quando ero al Bellinzona, si chiamava Vanessa e aveva la sindrome di Down. Veniva accompagnata dal papà su una carrozzina. La gioia che provava nel vederci giocare era qualcosa di meraviglioso, e soprattutto resterà per me indimenticabile quando una volta le regalai una mia maglietta. Se non ricordo male era la prima partita che giocammo in Super League con il Bellinzona, vincemmo 2-1 contro il Sion, e quando le diedi la mia maglietta a fine gara lei fece un sorriso stupendo che dimostrava tutta la sua felicità, fu qualcosa di indescrivibile e contagioso, che ancora oggi mi allarga il cuore».  

Il tuo rituale scaramantico (da allenatore)? «Non sono mai stato scaramantico, non lo ero prima da giocatore e non lo sono tantomeno adesso che alleno. Non credo in queste cose. Credo invece nel merito: se sei stato bravo, il più delle volte vinci, altrimenti no. Mi ricordo invece che alcuni miei compagni erano molto scaramantici, ma io per scherzare con loro e sdrammatizzare gli tiravo il sale addosso per far vedere che non cambiava nulla (risata)». 

Squadra bestia nera (da allenatore)? «Alleno da poco tempo, cioè da quando tre anni fa ho iniziato la mia avventura con l’Arbedo. Fortunatamente sono stati tre anni positivi in cui siamo andati quasi sempre bene, quindi non è che abbia una vera e propria squadra bestia nera…forse però, ripensandoci, direi il Rapid Lugano. Il Rapid non mi sembra di averlo mai battuto, e per di più in un modo o nell’altro ci ha sempre messo in difficoltà».

Sarebbe bello allenare di nuovo… «Anche in questo caso non c’è nessun mio ex giocatore che mi piacerebbe poter allenare di nuovo anche perché, come ho detto prima, la mia storia di allenatore è ancora troppo breve. Sono invece molto contento di tutti i ragazzi che ci sono oggi all’Arbedo e del progetto che stiamo portando avanti, vale a dire valorizzare i giovani della nostra zona. Se invece potessi scegliere un mio ex compagno di squadra, direi Ifet Taljevic, che era un giocatore straordinario».

Forse non sarà ARBEDO a vita, ma… «…ma magari dopo Arbedo smetterò di allenare, nella vita non si può mai dire. Prendo le cose come vengo, concentrandomi sul presente e su quello che sto facendo oggi. Quando ero giocatore la mia priorità era riuscire a diventare un professionista, ho attraversato l’oceano (dal Perù, ndr) per realizzare il mio sogno e ce l’ho fatta. Oggi invece è diverso, non sono ossessionato dal dover fare carriera come allenatore, ma questo non significa che non abbia fame. Lavoro con passione per migliorarmi e far crescere i miei ragazzi, ma oggi le mie priorità sono altre, o per lo meno non sono le stesse di quando volevo con tutte le mie forze diventare un calciatore professionista. Poi magari succederà, ma come ho detto, oggi vivo più nel presente concentrandomi sul progetto Arbedo in cui credo molto».

To be continued…

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