Nel calcio ticinese si continua troppo spesso a trattare il punteggio fair play come un fastidio burocratico. In realtà è un termometro educativo. E quando a fine stagione pesa sulla classifica, non arriva all’improvviso: racconta mesi di errori, proteste, cattivi esempi e occasioni perse.
Ma attenzione: a volte può pesare anche un singolo episodio molto grave. Proprio per questo, ogni società dovrebbe avere l’onestà di capire se si tratta di un caso isolato o di un problema strutturale.
GIUBIASCO – Ogni anno, quando i campionati arrivano alle ultime giornate e il punteggio fair play torna a pesare davvero sulla classifica, si sente sempre la stessa musica: proteste, lamentele, recriminazioni. C’è chi dice che questa regola sia inutile, chi la considera un dettaglio secondario, chi la sopporta soltanto finché non gli si mette di traverso. Poi però, quando una promozione, un titolo o un piazzamento vengono influenzati da quelle penalità, improvvisamente il tema diventa enorme.
Ma la verità è molto più semplice, e anche molto più scomoda: se arrivi a giocarti un campionato e il fair play ti condanna, il problema non è la regola. Il problema è tutto quello che hai fatto prima.
Perché il punto non è l’ultima ammonizione. Non è l’ultima espulsione. Non è l’ultima protesta. Il punto è il percorso. Il punteggio fair play non nasce per caso nell’ultima settimana di stagione: si costruisce lungo mesi interi, partita dopo partita, comportamento dopo comportamento, reazione dopo reazione. E se una società, una squadra, uno staff tecnico arrivano a maggio o giugno con un dato disciplinare troppo pesante, devono avere il coraggio di guardarsi dentro.
Va però detta una cosa, con onestà. Non sempre un punteggio fair play alto racconta automaticamente una società che lavora male. Può anche succedere che una penalità molto pesante derivi da un episodio singolo, da un ragazzo o da un giocatore che in un momento di forte stress perde completamente il controllo, protesta in modo eccessivo o reagisce molto male. Questo può succedere. E può succedere anche dentro una società che, in realtà, su questi aspetti lavora bene, prova a educare, prova a recuperare, prova a far crescere.
Soprattutto nei settori giovanili ci sono ragazzi fragili, impulsivi, a volte persino inclini a diventare aggressivi quando la pressione sale. E può esserci una società seria, o un allenatore serio, che cerca di coinvolgerli nel modo giusto, di responsabilizzarli, di accompagnarli in un percorso positivo. Poi magari arriva una partita particolare, un episodio storto, una decisione arbitrale vissuta male, e tutto salta per aria in un minuto. In quel caso la penalizzazione arriva, pesa, ed è anche giusto che venga registrata. Ma sarebbe troppo facile guardare solo il numero senza chiedersi cosa c’era dietro.
Ed è proprio qui che entra in gioco il vero esame di coscienza che ogni società dovrebbe farsi: si tratta di un episodio isolato oppure è un’abitudine? Perché se capita una volta, in un contesto dove davvero si lavora per educare, allora il discorso è un conto. Se invece ogni anno, ogni stagione, ogni prima squadra o ogni settore giovanile si ritrova sempre con penalità altissime, allora non è più sfortuna, non è più il singolo ragazzo che sbotta: allora c’è un problema di cultura interna.
Nel calcio si accettano gli errori dei giocatori come parte del gioco. Un portiere può sbagliare un’uscita o farsi scappare il pallone dalle mani. Un attaccante può divorarsi un gol davanti alla porta. Un difensore può leggere male una situazione, avere una postura sbagliata, farsi trovare fuori posizione. Un centrocampista può perdere una palla sanguinosa per una cattiva scelta tecnica o per un controllo difettoso. Tutto questo viene considerato normale, perché il calcio è un gioco di esseri umani, non di macchine.
E allora viene spontanea una domanda: perché questo principio non dovrebbe valere anche per un arbitro?
Anche l’arbitro sbaglia. Come sbaglia il portiere, come sbaglia il centravanti, come sbaglia l’allenatore quando fa una sostituzione sbagliata, come sbaglia un difensore quando legge male una situazione. Uno può essere più bravo a leggere i fuorigioco, un altro più bravo nella gestione disciplinare, un altro ancora più preparato atleticamente ma meno preciso tecnicamente. Soprattutto nei campionati giovanili, spesso si parla di arbitri giovani, messi in campo per crescere, imparare, sbagliare e migliorare. Esattamente come i giocatori.
E invece, troppo spesso, attorno a questi arbitri si scatena il peggio del calcio. Allenatori che protestano continuamente. Dirigenti che borbottano o urlano. Tifosi che insultano. Presidenti che danno il cattivo esempio. Giocatori che imparano presto che lamentarsi è più facile che assumersi responsabilità.
Qui sta il punto centrale. Il fair play non è solo una questione di classifica. È una questione di educazione sportiva. Ed è giusto che sia così, soprattutto nei campionati giovanili e in tutte quelle categorie in cui il calcio dovrebbe ancora insegnare qualcosa prima di pretendere qualcosa.
Perché se un ragazzo, dai primi anni del calcio a 11, cresce sentendo che contro l’arbitro tutto è concesso, che protestare è normale, che urlare è carattere, che minacciare è passione, allora non stiamo formando un atleta: stiamo normalizzando un comportamento sbagliato. E questo comportamento, col passare degli anni, rischia di diventare cultura.
Personalmente ho vissuto due episodi, parecchi anni fa, che ancora oggi ricordo benissimo e che, da soli, spiegano quanto il cattivo esempio degli adulti possa mandare in fumo qualsiasi discorso educativo.
Nel primo caso mi trovavo in tribuna per seguire una partita e fare la cronaca. La squadra di casa aveva organizzato la presenza del proprio settore giovanile per sostenere la prima squadra: davanti c’erano i dirigenti, dietro una fila di ragazzini di circa 8-11 anni. In un momento di tensione, il presidente di quella società, con una birra in mano, si è rivolto all’arbitro gridando: “Arbitro smettila, sei un coglione.” E lì, francamente, abbiamo detto tutto. Perché in quel momento non conta più il risultato, non conta più l’episodio arbitrale: conta solo ciò che hanno sentito quei bambini.
Nel secondo caso, altra società, altra partita, altra tribuna. Un paio di file sotto di me c’erano un uomo anziano e un bambino, il nipotino, sui 5-6 anni. La squadra avversaria era della Svizzera tedesca, così come l’arbitro. Il nonno imprecava di continuo contro il direttore di gara. A un certo punto il bambino gli ha chiesto: “Ma nonno, è vero che questo arbitro arbitra a favore della squadra avversaria?” E il nonno, senza esitazione, ha risposto: “E certo, sì, non vedi? Questo arbitro sta fischiando solo contro la nostra squadra.”
Sono due scene che mi hanno colpito e che difficilmente dimenticherò. Perché lì non si parla di tattica, di tecnica, di episodi di gioco. Lì si parla di adulti che trasmettono ai più piccoli un’idea tossica dello sport, dell’arbitro, del conflitto e della responsabilità. Ed è proprio lì che il lavoro educativo di una società rischia di andare a farsi benedire in pochi secondi.
La cosa più preoccupante è che molte società sembrano accorgersene solo quando è troppo tardi. Quando fanno i conti con una classifica e scoprono che quelle penalità pesano. Quando capiscono che un titolo o una promozione non dipendono soltanto dai gol fatti e da quelli subiti, ma anche da come ci si è comportati per tutta la stagione. E allora arriva il solito ritornello: “Regola assurda”, “regola inutile”, “regola da cambiare”.
No. La domanda vera dovrebbe essere un’altra: avete lavorato su questo aspetto?
Avete guardato i punteggi fair play degli anni precedenti?
Avete notato se la vostra società prende sempre troppe penalità?
Avete creato un percorso interno per migliorare?
Avete spiegato a dirigenti, presidenti, allenatori e giocatori che certi comportamenti danneggiano tutti?
Avete fatto capire che il rispetto dell’arbitro non è debolezza, ma forza educativa?
Perché il problema vero non è discutere la regola. Il problema vero è non fare nulla e poi stupirsi delle conseguenze.
Le società pagano multe per proteste, espulsioni, comportamenti fuori controllo. Le pagano da anni. Eppure spesso non cambia niente. Si continua uguale. Come se fosse un costo inevitabile. Come se fosse una tassa da mettere a bilancio. Come se il messaggio mandato a ragazzi e ragazze fosse irrilevante.
E invece è tutto lì.
Perché un allenatore, soprattutto nel settore giovanile, è un esempio.
Un dirigente è un esempio.
Un presidente è un esempio.
Un adulto a bordo campo è un esempio.
Se il mister urla contro l’arbitro, il ragazzo vede.
Se il dirigente insulta, il ragazzo registra.
Se il presidente perde il controllo, il ragazzo impara.
E se tutti lo fanno, allora il messaggio diventa devastante: si può fare.
Certo, nessuno è perfetto. Può scappare una protesta, può scappare una reazione, può capitare di non essere d’accordo con una decisione arbitrale. Ma una cosa è un episodio isolato, un’altra è creare un ambiente in cui la protesta continua è considerata normale. E lì non è più questione di nervi: è questione di cultura.
Per questo il fair play, personalmente, lo considero una regola importante. Non perfetta, ma importante. Perché obbliga le società a guardarsi allo specchio. Perché dice che non basta saper giocare bene. Perché ricorda che il calcio è anche comportamento. E perché prova, almeno in parte, a difendere l’idea che vincere senza educazione non sia davvero vincere.
La peggiore cosa che si possa fare è fingere che il problema non esista.
La seconda peggiore è parlarne solo quando fa comodo.
La terza è dare la colpa alla regola.
Le soluzioni possibili sono tante. Non sta a me dire quale sia quella giusta per ogni società. Ma una cosa sì: bisogna cominciare a lavorarci davvero. Dalla società, non solo dalla squadra. Dagli adulti, non solo dai ragazzi. Dai comportamenti quotidiani, non dai comunicati a fine stagione.
E soprattutto bisogna essere onesti nel giudizio: capire se una penalità alta nasce da un incidente isolato dentro un percorso sano, oppure se è la fotografia fedele di un modo di stare in campo che si ripete sempre uguale. Perché lì sta la differenza vera. E lì sta anche la responsabilità di chi guida una società.
Altrimenti continueremo a vedere le stesse scene, gli stessi errori, le stesse lamentele. E ogni anno qualcuno dirà che il fair play è ingiusto. Quando invece, molto più semplicemente, sta solo raccontando la verità.
Walter Savigliano
Direttore di Chalcio.com

