Un allenatore racconta il malore di un suo giocatore e le domande del 144 alle quali non sapeva rispondere. Una testimonianza che interpella società, federazione e istituzioni: possiamo aiutare chi è sul campo a essere più preparato, rispettando la privacy di ciascuno?
TICINO – Un ragazzo è a terra, privo di coscienza. Il suo allenatore è accanto a lui, al telefono con il 144. La centrale lo guida, gli indica come comportarsi e gli chiede informazioni sulla salute del giocatore. Lui vorrebbe darle. Ma più volte riesce a rispondere soltanto: «Non lo so».
È il momento più difficile del racconto che un allenatore del calcio regionale ticinese ha affidato a Chalcio. Una testimonianza che lascia una domanda a chiunque frequenti un campo: se capitasse davanti a noi, quali informazioni sapremmo dare?
Alla fine dell’allenamento, tutto cambia
La seduta sta per finire. Uno dei giocatori comincia a muoversi in modo insolito, gira più volte su sé stesso e poi crolla a terra. Perde conoscenza. La squadra si mobilita immediatamente e l’allenatore chiama il 144.
Poco dopo, il ragazzo comincia a tremare. Ai presenti sembra una crisi epilettica: è la loro impressione, non una diagnosi. Nell’attesa dei soccorsi, la centrale li assiste anche tramite videochiamata e spiega come comportarsi.
Secondo la testimonianza del tecnico, l’ambulanza arriva in meno di dieci minuti, seguita poco dopo dall’automedica. «A chi mi ha risposto e ai soccorritori va la mia gratitudine: in un momento di grande paura, sapere di essere guidati è stato fondamentale».
«Non lo so»: chi di noi saprebbe rispondere?
Durante la chiamata arrivano alcune domande sulla storia clinica del giocatore. Ha condizioni di salute già note? Assume farmaci? Ci sono informazioni che potrebbero essere utili ai sanitari?
L’allenatore non le conosce. «A ogni risposta cresce la frustrazione: sono lì, accanto a lui, ma non riesco ad aggiungere nulla che possa aiutare. Sento che manca un pezzo».
L’operatrice se ne accorge e lo rassicura: «Va bene anche se non sa darmi delle risposte». Quelle parole lo aiutano. Il soccorso prosegue e lui continua a seguire le indicazioni ricevute.
È una situazione nella quale potrebbero riconoscersi altri allenatori, dirigenti o compagni di squadra. Conosciamo una persona attraverso gli allenamenti, le partite e lo spogliatoio. Ma se improvvisamente non potesse parlare, sapremmo indicare qualcosa di utile a chi viene ad aiutarla?
La domanda che resta dopo quella sera
Il tecnico riconosce con gratitudine il sostegno ricevuto. La sua riflessione nasce da ciò che ha provato accanto al ragazzo: il desiderio di aiutare e la frustrazione di non avere alcune risposte.
«Da quella sera continuo a chiedermi se, nel calcio regionale, potremmo essere preparati anche su un altro fronte: sapere quali informazioni essenziali comunicare quando il giocatore non può farlo da sé».
Questa domanda riguarda anche le società. Prima che arrivi un’emergenza, esiste uno spazio per parlarne con i giocatori? Sappiamo a chi rivolgerci per capire quali informazioni potrebbero servire e come gestirle correttamente?
La fiducia non dà accesso a tutto
Un allenatore può conoscere bene i propri ragazzi senza sapere se abbiano asma, allergie rilevanti o altre condizioni di salute. Il tecnico lo riconosce: queste informazioni gli arrivano soltanto se qualcuno sceglie di condividerle.
«Sono informazioni personali, e un allenatore non ha motivo di conoscere ogni dettaglio della salute dei propri giocatori».
La questione va quindi affrontata con rispetto. Un giocatore potrebbe scegliere di rendere disponibili poche informazioni essenziali, in modo protetto, per un’eventuale emergenza? E sarebbe davvero utile farlo? La risposta richiede il contributo di chi presta soccorso.
Aiutare significa anche proteggere le informazioni
L’allenatore lavora come data manager in ambito ospedaliero. Per questo è consapevole che la volontà di fare qualcosa deve accompagnarsi a regole precise.
«Non possiamo risolverla chiedendo agli allenatori di conservare diagnosi e terapie sul proprio telefono o in una chat di squadra», sottolinea.
Quali dati raccogliere? Chi potrebbe consultarli? Chi dovrebbe aggiornarli? Come evitare che informazioni affidate per un’emergenza vengano conosciute o utilizzate per altri scopi?
Sono domande che fanno parte della proposta fin dall’inizio. La fiducia di un giocatore merita di essere tutelata anche quando nasce dal desiderio di sentirsi più sicuro sul campo.
Federazione e istituzioni possono fare qualcosa di più?
È qui che la testimonianza diventa un invito al confronto. Federazione, società e istituzioni possono promuovere un tavolo con i servizi di soccorso, gli operatori sanitari e gli specialisti della protezione dei dati?
Il punto di partenza potrebbe essere semplice: chiedere a chi gestisce le emergenze quali informazioni siano realmente utili e se esista un modo proporzionato e sicuro per renderle disponibili.
Una scheda essenziale è una possibilità da valutare, non una soluzione già individuata. Potrebbero esserci strumenti diversi. Potrebbe anche emergere che le informazioni in possesso della squadra incidano poco sull’intervento sanitario.
Lo stesso allenatore lascia aperta questa eventualità: «Un’esperienza come la nostra non basta a indicare una soluzione, ma credo sia una ragione sufficiente per porre la domanda».
Una riflessione che riguarda tutto lo spogliatoio
Anche i giocatori possono portare il proprio punto di vista. Si sentirebbero tutelati da uno strumento di questo tipo? Quali garanzie vorrebbero? Quali dubbi avrebbero nel condividere informazioni personali?
E gli allenatori, i dirigenti, i volontari che tengono in piedi il calcio regionale: hanno già affrontato situazioni simili? Quali difficoltà hanno incontrato? Quale sostegno avrebbero voluto ricevere prima?
Ascoltare queste esperienze potrebbe aiutare a capire dove intervenire. Senza chiedere a chi allena di diventare un sanitario e senza lasciare alle singole società il compito di inventarsi una risposta.
Perché quella domanda merita di uscire dal campo
Il racconto non permette di stabilire se il malore fosse prevedibile o se conoscere la storia clinica avrebbe cambiato l’intervento. Ci consegna però un’esperienza concreta: un ragazzo a terra, una squadra che si mobilita e un allenatore guidato dalla centrale mentre cerca di fare la propria parte.
«Quando un compagno crolla a terra, la squadra fa tutto ciò che può. Vale la pena capire se possiamo metterla nelle condizioni di fare ancora meglio la sua parte».
È una domanda che merita di arrivare a chi può valutarla e darle seguito. Possiamo fare qualcosa di più? E chi è pronto a sedersi attorno a un tavolo per capirlo, prima della prossima chiamata al 144?
un’altra lingua

