Multe alle societa, come risparmiarle per il bene di tutti

Basta raccontarsela: chi protesta in modo inutile contro l’arbitro non mostra carattere. Sta solo facendo perdere soldi, tempo e credibilità alla propria società.

Nel calcio regionale ticinese (e non solo) c’è una verità scomoda che molti conoscono, ma che troppo spesso nessuno ha il coraggio di dire fino in fondo: una parte dei problemi economici dei club non nasce solo dalla mancanza di sponsor, dai costi di gestione o dalle difficoltà organizzative. Nasce anche da comportamenti inutili, ripetuti e dannosi che ogni fine settimana si vedono in campo e fuori dal campo. Le proteste sono tra questi.

Ogni stagione le società spendono soldi per far giocare i propri tesserati, per tenere vivi i settori giovanili, per pagare arbitri, strutture, materiali, rimborsi, spostamenti, lavanderia, collaboratori, allenatori. E poi, puntualmente, una parte di quelle risorse finisce buttata via per sanzioni che non hanno nulla a che vedere con il calcio giocato, ma solo con la cattiva gestione dei nervi, con la smania di contestare tutto, con il vizio di parlare sempre troppo e pensare troppo poco.

Qui bisogna essere chiari: il fallo di gioco fa parte del calcio. L’agonismo pure. Il contatto duro, l’errore tecnico, la partita tesa, fanno parte dello sport. Le proteste ossessive, i teatrini continui, le urla verso l’arbitro, le espulsioni per comportamento, no. Quello non è calcio. Quello è un peso morto sulle spalle della società.

E la cosa più grave è che spesso questo peso viene perfino tollerato. Si minimizza. Si sorride. Si dice che “succede”. No, non deve succedere. Non dovrebbe essere considerato normale che un club, già impegnato a tenere in piedi tutto con sacrifici enormi, debba anche pagare il conto dell’incapacità di certi adulti di restare lucidi per novanta minuti.

Perché è proprio questo il punto: qui non si parla solo di disciplina. Si parla di rispetto. Rispetto per i dirigenti che lavorano gratis o quasi. Rispetto per chi cerca soldi dove soldi ce ne sono sempre meno. Rispetto per chi allena, per chi accompagna, per chi pulisce, per chi apre il campo, per chi prepara i ragazzi. Quando un giocatore o un allenatore protesta in modo inutile e si prende sanzioni evitabili, non sta facendo il duro. Sta mancando di rispetto a tutta quella gente.

E c’è di peggio. Perché il danno non è solo economico. È educativo. Se i più giovani vedono adulti che passano la partita a reclamare, ad agitarsi, a discutere, a perdere il controllo, allora impareranno che il calcio è anche questo. E così il problema si trascina, si ripete, si allarga. Prima in prima squadra, poi negli allievi, poi nei bambini che già iniziano a guardare l’arbitro invece di guardare il pallone.

Le società, prima o poi, dovranno scegliere da che parte stare. O continuare a subire questa deriva, facendo finta che sia inevitabile, oppure iniziare davvero a mettere un argine. Con regole interne chiare. Con richiami veri. Con conseguenze vere. Perché finché il costo delle proteste sarà pagato dal club e non peserà mai davvero su chi crea il problema, il problema resterà.

Non serve buonismo. Non serve nemmeno fare i moralisti. Serve semplicemente un minimo di serietà. Se una persona danneggia economicamente e sportivamente la propria società con atteggiamenti evitabili, quel danno deve essere riconosciuto per quello che è: un danno al gruppo. E chi ama davvero la propria maglia dovrebbe essere il primo a capirlo.

Oggi tante società ticinesi hanno bisogno di soldi veri per cose vere. Hanno bisogno di investire su allenatori migliori, su materiali migliori, su ambienti migliori, su formazione, organizzazione, crescita. Continuare a bruciare risorse in proteste inutili è una forma di autolesionismo che non ci si può più permettere.

La realtà è brutale, ma va detta: protestare meno non è solo una questione di stile. È una forma concreta di sopravvivenza per le società.

E allora forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non chiedersi più se certe proteste siano “comprensibili”. Ma chiedersi una cosa molto più semplice: davvero una società deve continuare a pagare il prezzo dell’immaturità dei propri adulti?

Nelle vostre società fate una cosa semplice: controllate le fatture delle sanzioni a fine stagione e fermatevi un attimo a guardarle davvero. Chiedetevi quanti soldi avreste potuto risparmiare se non ci fossero state proteste inutili, scenate evitabili ed espulsioni nate solo da mancanza di controllo. Provate a farlo. Potreste scoprire che una parte dei problemi economici del vostro club non nasce fuori dal campo, ma proprio da quello che succede dentro il campo.

C’è poi un altro danno, forse ancora più grave, che spesso viene sottovalutato: quello educativo. I ragazzini guardano tutto. Guardano i giocatori della prima squadra, guardano gli allenatori, guardano gli addetti ai lavori, guardano il modo in cui si reagisce a un fischio contrario. E se vedono adulti che protestano sempre, che urlano, che perdono il controllo e che trattano l’arbitro come un bersaglio, imparano che quello è un comportamento normale. Imparano che invece di giocare si può reclamare, che invece di accettare una decisione si può aggredirla verbalmente, che la colpa è sempre degli altri. È così che si rovina la cultura sportiva di una società: non in un giorno, ma poco alla volta, trasformando cattivi esempi in abitudini. E allora educare gli adulti non serve solo a risparmiare soldi, ma anche a proteggere i ragazzi da un modello sbagliato di calcio e di comportamento. E non diamo la colpa a ciò che vediamo in televisione, a volte li abbiamo in casa o sono nostri amici.

Forse è un’utopia? Dipende da chi legge.

Walter Savigliano

Direttore di Chalcio.com

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