Calcio giovanile, 3ª puntata: Chiasso, intervista a Otto Stephani: ” I risultati arrivano, ma conta il percorso”

scritto da Kevin Sulmoni

Otto Stephani: responsabile settore giovanile Chiasso

Prima parte di stagione tra luci e ombre per il calcio a 11 del settore giovanile del Chiasso: alcune squadre hanno rispettato le aspettative, altre hanno vissuto un epilogo amaro nonostante prestazioni convincenti.

Ma il filo conduttore rimane chiaro: formare ragazzi del territorio, costruire mentalità e atteggiamento al lavoro, e creare un percorso concreto verso la prima squadra. Ne abbiamo parlato con Otto Stephani, responsabile del settore giovanile del Chiasso.

In generale, che bilancio fai dei risultati delle varie squadre? C’è stata qualche sorpresa?

”In generale possiamo dire che abbiamo fatto il nostro e stiamo lavorando in modo nuovo. Abbiamo scelto di anticipare un po’ i tempi con i ragazzi: molti sono sotto età e sono tutti del territorio, quindi sapevamo che sarebbero arrivate anche delle difficoltà. Però l’impatto iniziale è stato buono, fino a metà campionato eravamo messi bene.”

Quanto incide il fatto di affrontare sempre gli stessi avversari nel campionato Youth League?

”È una situazione un po’ anomala: poche squadre e ti ritrovi per anni contro gli stessi avversari. La motivazione può risentirne, ma ormai è così e bisogna accettarlo, perché alternative vere non ce ne sono.”

Parliamo degli Allievi A: come stanno andando?

”Gli Allievi A hanno fatto il loro. Possiamo essere contenti, anche se potremmo pretendere di più. Però siamo un po’ stretti con i numeri: la rosa non è ampia e ogni tanto dobbiamo anche dare qualche giocatore alla prima squadra per completare la panchina.”

Quindi capita che i giovani vengano chiamati con gli attivi?

”Sì, è successo anche con due ragazzi degli Allievi B che sono stati coinvolti in una partita di Coppa. A volte è una necessità: tra infortuni e impegni, bisogna completare il gruppo. Ma non bisogna bruciare le tappe solo perché uno fa un allenamento con la prima squadra.”

La “sorpresa al contrario” sembra essere stata un’altra categoria…

”Sì, purtroppo. Avevamo la squadra che sulla carta era la più forte, un gruppo davvero pronto, e invece siamo arrivati all’ultima partita con l’obbligo di vincere. Avevamo dominato, poi un episodio, nervosismo… e abbiamo perso. Risultato: retrocessione. Ma non recriminiamo: si ricomincia e l’obiettivo è tornare subito su, perché la qualità c’è.”

Com’è possibile retrocedere con una squadra così forte?

”È quel classico discorso: domini ma non la metti dentro, e poi basta un rinvio lungo, una palla sporca, un tiro deviato… e perdi. Se analizzi le partite da “formatori”, guardando quante volte arrivi in area, quanti tiri fai, quante punizioni crei, spesso avremmo meritato di vincere diverse gare. Il lavoro, però, rimane buono: e questo non deve vergognare nessuno.”

Quindi il punto è: risultati sì, ma soprattutto formazione?

”Esatto. Se vinci, meglio. Ma l’obiettivo è fare il lavoro giusto. E il lavoro paga solo se continui a lavorare: lavorare e lavorare ancora. Non sempre hai i fenomeni, ma puoi costruire un gruppo che cresce e tra un paio d’anni porta ragazzi in prima squadra.”

A proposito di prima squadra: com’è cambiata la difficoltà del “salto” negli ultimi anni?

”È diventata più difficile perché la prima squadra sta salendo di livello. Anni fa il gradino era più basso, oggi invece rischi di dover preparare ragazzi non per la 2ª, ma addirittura per la 2ª Elite. Quindi servono profili più pronti e un sistema di lavoro ancora più preciso.”

E fuori dal campo, quanto pesa la vita quotidiana dei ragazzi?

”Tantissimo. Sono studenti o apprendisti, hanno problemi e stanchezza, arrivano al campo “pieni” di cose. E a volte pensano: “Ma perché devo fare sacrifici?”. Il punto è far capire che il divertimento arriva proprio attraverso il sacrificio e l’impegno.”

Come siete messi invece a livello di disciplina e fair play?

”Problemi grossi no, però bisogna ricordare sempre una cosa: l’arbitro è l’autorità in campo e va rispettato. Si deve giocare a testa alta e accettare le decisioni. È una cosa che purtroppo nel calcio regionale si vede spesso: proteste a ogni fischio. Noi, da questo punto di vista, vogliamo dare un esempio diverso.”

Su cosa insistete di più con i ragazzi: mentale o fisico?

”Non solo mentale: soprattutto sull’atteggiamento al lavoro. Far capire che come ti alleni, poi giochi. Se ti prepari male — alimentazione, riposo, testa — al sabato paghi. Essere sportivi significa anche questo: non alzarsi a mezzogiorno il giorno della partita, mangiare bene, arrivare pronti e saper gestire anche le difficoltà, come un arbitro in giornata no o un avversario più forte.”

Ci sono profili che potrebbero ambire alla prima squadra?

”Sì, ci sono. È difficile fare nomi perché cambia tutto in fretta tra scuola, lavoro e vita quotidiana. Ma abbiamo 2-3 ragazzi che potrebbero entrare nella rosa della prima squadra già nel ritorno.”

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