Allievi C/1: Bonfitto, Valli e il progetto dell’imbattuto FCMS

Da giovane era considerato un po’ una testa matta anche se la passione c’era, la voglia anche e forse non mancavano neppure le qualità. Dice di se Patrizio Bonfitto – 32enne allenatore della corazzata allievi C/1 del FCMS – che sicuramente l’esperienza avuta da giocatore e le opportunità sprecate, serviranno da guida per aiutare i suoi ragazzi a non commettere i suoi stessi errori. Basta ed avanza questo, insieme al fatto di ritenere una scorciatoia inutile quella di insegnare ai ragazzi a calciare la palla il più lontano possibile, per tradurre in umiltà il quotidiano, fatto non solo di lavoro quale Tecnico Informatico, ma anche e soprattutto di formatore in un mondo che lui stesso definisce meraviglioso come quello del calcio giovanile. Insieme al fido collega Alessandro Valli, con lui responsabile dei successi sportivi di una squadra fino ad oggi imbattuta, Bonfitto ha accettato la nostra proposta per un’intervista il cui contenuto meriterebbe di essere divulgato.

 

Mister partiamo dalla cosa più semplice: la sua squadra ed il campionato affrontato.
” Indubbiamente quando si vincono 21 partite su 21 non si può che essere soddisfatti. Il nostro principale obiettivo però non era semplicemente quello di ottenere risultati nel breve termine, ma creare le basi affinché questi ragazzi possano imparare a giocare a calcio per essere pronti in un futuro a disimpegnarsi in categorie di alto livello. Dal punto di vista tecnico i nostri punti di forza sono stati: una difesa solidissima, la capacità di saper giocare palla a terra mantenendo alti i ritmi e poi ovviamente alcune individualità capaci di fare la differenza in qualsiasi momento. Oltre a questo hanno anche inciso la forza del gruppo e l’unità dello spogliatoio che hanno fatto sì che tutti lavorassero gli uni per gli altri in un ambiente sereno, senza invidie o gelosie, anzi un clima nel quale si cerca sempre di darsi una mano sotto ogni punto di vista, calcistico e non”.
Comunque sia un ruolo che richiederà in futuro ancora maggior impegno. Cosa si aspettano ancora Bonfitto e Valli ?
” Per quanto riguarda il livello del campionato devo dire che pensavo ci fosse maggiore equilibrio, mentre in realtà abbiamo visto come tranne in un paio di partite siamo sempre riusciti a vincere in modo netto. La sensazione è che in questa categoria ci siano molte squadre che puntano troppo sul lancio lungo che può essere una scorciatoia per ottenere dei risultati nel breve termine, ma che non serve a far migliorare tecnicamente i ragazzi”.
E’ ancora possibile in Svizzera riuscire a lavorare nella doppia veste di educatore ed allenatore cercando di restare il più possibile immune dalla presenza dei genitori che sfogano le proprie frustrazioni cercando attraverso il figlio il riscatto di una vita sportiva che molti di loro non sono riusciti ad ottenere.
” In effetti a volte in questo ambiente si corre il rischio di prendersi troppo sul serio e di non comprendere che in fondo si ha a che fare con ragazzi di 14 anni che oltre al calcio hanno giustamente mille altre cose per la testa. Per poter cambiare questo approccio bisognerebbe cambiare completamente la cultura sportiva tornando a vivere lo sport in modo più sereno. E’ vero che durante la partita ci si può lasciar prendere dalla tensione, ma ciò che più conta è che al fischio finale si possa recuperare il sorriso e un po’ di leggerezza”.
La vostra è una squadra composta da svizzeri ed italiani. Un progetto quello del FCMS che lo scorso anno fece molto discutere, soprattutto in Italia. Quali sono le difficoltà nel gestire una squadra composta da “frontalieri” del pallone e da ragazzi del posto in un clima allo stato attuale particolarmente teso nei rapporti tra i due paesi. Come siete accolti quando giocate in trasferta ?
” Nella nostra squadra i ragazzi provenienti dall’Italia sono circa il 30%. Nel nostro caso questi arrivi hanno rappresentato una risorsa che è servita paradossalmente a fare del bene anche ai giocatori svizzeri già presenti in rosa. Infatti negli anni passati accadeva che i giocatori di maggior talento del FCMS per poter confrontarsi in campionati di alto livello erano “costretti” ad andare in altre società e così diventava impossibile pensare di fare una squadra competitiva. Ora grazie a questi innesti anche i giocatori già presenti nel gruppo hanno la possibilità di confrontarsi ad alto livello e poter inoltre allenarsi costantemente al fianco di giocatori molto forti ha fatto sicuramente crescere ulteriormente i nostri giocatori “svizzeri” che difatti negli ultimi anni hanno fatto dei passi da gigante. Il gruppo dei nuovi arrivati dall’Italia (giocatori e genitori) si è subito integrato ottimamente nella realtà svizzera tanto che tutti loro rifarebbero la stessa scelta e anche per quanto riguarda le partite in trasferta non abbiamo riscontrato una particolare ostili”.
Da sempre simbolo di un sistema alternativo di educare i ragazzi, il responsabile della scuola calcio del Varese 1910 Marco Caccianiga ha di recente pubblicato questo passaggio sul suo blog. Per chi lo conosce e lo vede allenare sa che si tratta di un chiodo fisso contro il quale combatte da sempre. Chi non lo conosce potrebbe pensare alle solite buone intenzioni senza un seguito. Voi come ti schieri di fronte a questo passo:
” E’ l’atteggiamento, la postura, il linguaggio non verbale. E’ li che fai la differenza. Non puoi fingere. O sei un ciarlatano, un imbonitore – per intenderci, un Demostene- o assumi le caratteristiche del condottiero, possiedi il distintivo del polemarca, agisci come Filippo II di Macedonia. La serenità, la quiete, la dolcezza, l’autorevolezza. Qualità non comuni, certo. Totalmente assenti nei manovali dell’attività motoria, addestratori esclusivamente della propria boria che si nutrono di frasi fatte da Processo calcistico del lunedi. Ogni benedetto sabato ci scontriamo con codesti scienziati, assistiamo a spettacoli degni dello zoo del Grande Fratello. Bambini dagli otto ai dodici anni costretti a subire il linguaggio farneticante di caricature di allenatori. E le facce. Sempre uguali, sempre quelle. Pare l’Armageddon. Si muovono come tarantolati, ululano alla luna, fuoco dalle narici, occhi iniettati di sangue. La panchina è la fucina di Efesto ove affilare le armi. Mai una parola buona, un gesto gratificante, un sorriso di approvazione. Per loro i bambini sono calciatori formati, da trattare come professionisti”.
” Nel nostro caso bisogna dire che i genitori non hanno rappresentato un ostacolo, bensì un prezioso aiuto tutte le volte che c’è stato da collaborare per qualsiasi attività. E’ chiaro che non tutte le scelte possono essere condivise da tutti i genitori, però si è creato un tale affiatamento nel gruppo da far accettare anche le diversità di vedute”.
DP

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